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VV8artecontemporanea

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Fabrizio Cicconi

POLITOTDEL

La Galleria VV8artecontemporanea di Reggio Emilia ( Vicolo Venezia, 8), inaugura sabato 24 maggio 2008 la mostra personale di Fabrizio Cicconi,  “Politotdel “ . Visitabile fino al 22 giugno 2008.

Vernissage

Esposizione

al

VV8artecontemporanea

Vicolo Venezia 8, Reggio Emilia

La Galleria VV8artecontemporanea di Reggio Emilia ( Vicolo Venezia, 8), inaugura sabato 24 maggio 2008 la mostra personale di Fabrizio Cicconi,  “Politotdel “ . Visitabile fino al 22 giugno 2008.


Kholchoz è a pochi chilometri da Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, e per raggiungerlo si percorre uno stradone costeggiato da imponenti casermoni popolari. Poi, quando finalmente si apre la campagna, dopo pochi minuti si raggiunge il Kholchoz “POLITOTDEL”.

Il Kholchoz (comune agricola) “POLITOTDEL” (letteralmente “sezione politica”) era il Kholchoz modello dell’Uzbekistan, tanto che lo facevano visitare alle maggiori autorità sovietiche, da Krusciov in poi e da Gagarin in giù. Il villaggio è formato da tante casette che tranciano una pianura sconfinata dove si coltiva il cotone. Fondato da coreani è stato poi anche abitato da gente di altre etnie (uzbeki, tajiki, russi, tatari).

Una particolare cura è stata data agli spazi comuni e ai luoghi di aggregazione sociale, tanto da fare una piccola città ideale progettata da una sorta di Piero della Francesca convertito ai soviet.

C’è infatti una scuola molto prestigiosa, il teatro e la casa della cultura, la scuola materna, la chiesa e la moschea, lo studio di calcio, palestre di taekwondo e ping-pong (una ragazza del kholkhoz ha partecipato alle ultime olimpiadi di Atene) . Aggirarsi per questi spazi, a volte inagibili, dà la sensazione di una piccola utopia che sta svanendo nel nulla .

La mostra sarà visitabile fino al 22 giugno 2008, da mercoledì a venerdì ore 17.30-19.30, sabato ore 10.00-13.00 e 16.00-19.30.


Immagini dal tramonto di un kolkhoz uzbeko

di Giorgio Messori


In epoca sovietica il kolkhoz Politotdel (letteralmente: Sezione politica) era il kolkhoz più rinomato di tutto l’Uzbekistan. Quando arrivavano personalità importanti tipo i segretari del Pcus da Krusciov in poi, e poi i cosmonauti sovietici da Gagarin in giù, allora nella visita ufficiale al paese s’inseriva di solito la visita al Politotdel. Perché era molto vicino alla capitale, Tashkent, e soprattutto era un buon esempio di economia socialista particolarmente produttiva (da molti era soprannominato “il kolkhoz ricco”). Ovviamente questa gran produttività e ricchezza, per essere anche un buon esempio di socialismo, doveva riflettersi pure in ottimi servizi quali la scuola, l’assistenza sanitaria, lo sport, la cultura. Una qualità sopra la media percepibile anche nel disegno urbanistico e nella cura architettonica degli edifici pubblici, che davano a questo microcosmo il colpo d’occhio da “città ideale”. Quasi che il kolkhoz fosse stato progettato, immaginato, da un nuovo Piero della Francesca convertito ai soviet.

Ora di questo antico splendore non arrivano che fiochi bagliori. Eppure questo splendore tanto antico non è, ma nelle accelerazioni della Storia è stato inghiottito in un passato che appare già remoto. Così il teatro alla Casa della Cultura è chiuso solo da qualche anno ma potrebbe essere un’eternità, perché nella spietata deriva del tempo è diventato già rovina, impossibile immaginare di utilizzarlo ancora per qualche spettacolo. Per non parlare dei volumi della biblioteca che non si sa più dove siano andati a finire…

Perciò adesso, della Casa della Cultura si utilizzano soltanto, e solo per un paio di mesi l’anno, gli spazi adiacenti il teatro e la biblioteca. Servono da dormitorio per gli studenti che a settembre e ottobre vengono precettati nella raccolta del cotone (alcune usanze “socialiste” permangono). Per il resto dell’anno c’è un custode che va ad aprire nei giorni feriali come si fa per ogni ufficio, ma di fatto apre soltanto la sua portineria. Si mette lì, dietro un vetro, a impedire che entrino curiosi o ipotetici ladri che però non si sa neanche più cosa potrebbero trovare.

Altri edifici invece funzionano ancora, almeno in parte. Ad esempio l’asilo e scuola materna che è un vero e proprio giardino d’infanzia, come si diceva un tempo nella nostra lingua e si dice ancora in tante altre, con un’espressione certo meno burocratica e più sognante. La facciata dell’edificio è neoclassica, come nella Casa della Cultura che c’è dall’altra parte della piazza, e il giardino che ha davanti somiglia già a un piccolo parco. A un lato del giardino, verso l’ingresso dell’asilo, c’è persino una statua per celebrare la felicità dell’infanzia: semplicemente tre bambini che giocano a palla.

La rassegna potrebbe continuare ricordando uno stadio di calcio che non è certo un campetto di periferia (la squadra del kolkhoz era arrivata a giocare nella serie A uzbeka). E poi la chiesa evangelica a fianco della moschea, la stazione di polizia che attualmente è senz’altro l’edificio pubblico tenuto meglio (d’altronde il potere post-sovietico ha soprattutto questo volto).

Ma si dovrebbe aggiungere che pure la grande scuola funziona ancora, e lì dentro hanno persino allestito un piccolo museo del kolkhoz, per ricordarne le glorie passate. E per rivendicare con orgoglio le proprie radici hanno messo, all’ingresso del museo, un cartello dove c’è scritto che senza passato non esiste un vero futuro. Così alcune tradizioni bene o male continuano, come si può vedere da uno stanzone enorme, pieno di tavoli da ping pong, dove a giocare vengono spesso anche da fuori. E ricordo che la prima volta che sono stato al Politotdel ho conosciuto una ragazza, nata e cresciuta al kolkhoz, che era da poco rientrata da Atene dove, per il ping pong, aveva rappresentato l’Uzbekistan alle Olimpiadi. Come a voler ricordare che, pur nel tramonto di un’epoca, alcuni livelli di eccellenza il kokhoz poteva continuare ad esibirli. In fondo anche la mia curiosità iniziale verso il Politotdel è nata da una simile constatazione. Perché nei quasi sei anni trascorsi a Tashkent, a insegnare in un paio di università, due fra le migliori studentesse che ho avuto provenivano proprio da lì, dal kolkhoz Politotdel. Che fosse una semplice coincidenza?

Ad ogni modo queste due studentesse erano particolarmente volonterose, intelligenti, e anche piacevolmente socievoli (che fosse un risvolto della sopravvivenza di una vita comunitaria al kolkhoz?). E insomma non erano studentesse che si potevano certo classificare come “secchione”, ma simpatiche ragazze dotate di un notevole dinamismo mentale che le favoriva, ad esempio, nell’apprendimento delle lingue straniere. Tant’è che entrambe, nel corso dell’università, hanno vinto anche borse di studio per trascorrere qualche periodo all’estero. Eppure venivano dalla campagna, non proprio dalla grande Tashkent coi suoi due milioni e passa di abitanti. Da dove venivano loro, così mi avevan detto, la rete telefonica non era neppure abilitata per collegarsi a internet. Dunque vivevano in una condizione oggettiva d’isolamento: la mattina la corriera le portava in città ma, la sera, l’ultima corriera partiva sempre troppo presto per andare al cinema o a teatro. Eventualmente si dovevano arrangiare da qualche amica. Nonostante ciò, sono state fra le studentesse più curiose e aperte che ho incontrato in quella mia lunga esperienza d’insegnamento. Yulia, così si chiama una di queste due studentesse, è di origine coreana come la maggior parte degli abitanti del kolkhoz. Erano coreani anche i fondatori della comunità agricola, intorno agli anni Venti del secolo scorso. E tanti altri coreani sono poi arrivati alla fine degli anni Trenta, quando Stalin li ha deportati in massa dalle zone più orientali della Russia perché erano troppo vicini alla Corea per non sospettare spinte secessionistiche, e soprattutto li si accusava di spionaggio per i giapponesi, che allora controllavano la penisola coreana. Così, secondo le abitudini di quel tiranno che spostava intere popolazioni come fossero pedine su una scacchiera, era senz’altro meglio allontanarli il più possibile e sbatterli in Asia centrale, dove spesso venivano spedite persone o popolazioni che altrimenti avrebbero potuto creare grattacapi. Perché l’Asia centrale era anche la discarica in cui piazzare chi poteva inceppare l’inesorabile costruzione dello stato sovietico: minoranze etniche, dissidenti politici. O perlomeno veniva mandato lì chi non s’era macchiato di colpe così gravi da meritarsi invece la Siberia.

Ad ogni modo Yulia è russofona, come ormai tutti i coreani “uzbeki”. Il coreano l’ha poi anche un po’ imparato, e praticato in un breve soggiorno di studio. Ma senz’altro gli è più famigliare l’inglese che ha usato fin da subito, appena laureata, andando a lavorare in un’organizzazione internazionale. E anche con l’italiano se la cava bene. Adesso però Yulia se n’è già voluta tornar via, come la maggior parte dei giovani più curiosi e intraprendenti. Ha lasciato il kolkhoz, l’Uzbekistan, per cercare un futuro che al suo paese non riusciva più ad immaginarsi. Così da qualche mese si è trasferita a Upsala, in Svezia. Saiyora, l’altra studentessa che ricordavo, è figlia di un uzbeko e di una madre russo-macedone, pediatra in una piccola clinica che serve gli abitanti del kolkhoz e delle campagne vicine. Anche la madre di Saiyora, pur essendo medico, quando arriva l’autunno deve però chinarsi a raccogliere il cotone come si faceva un tempo, perché lo stato ha tutto l’interesse a mantenere antiche abitudini per sfruttare al meglio una delle maggiori risorse del paese, che è appunto il cotone (l’Uzbekistan è il terzo produttore al mondo di questo “oro bianco”, come viene chiamato dalla propaganda di regime). Ed è stata comunque Saiyora ad introdurmi al Politotdel, Saiyora che appena laureata ho anche preso come collaboratrice per insegnare l’italiano all’università, e che nel corso dei suoi studi ha trascorso perfino un anno intero in un’università americana. Ma poi è tornata a casa volentieri, mi ha detto, perché sentiva forte il legame con la famiglia e con la sua piccola patria del kolkhoz.

Così, quando l’inverno scorso è arrivato l’amico Fabrizio Cicconi per realizzare un servizio fotografico sul Politotdel, è stato grazie a Saiyora che siamo entrati a visitare la scuola, dove lei aveva fatto tutti i suoi studi fino all’università, e poi la clinica dove lavora sua madre, e poi ancora una casa di contadini uzbeki, la casa di Yulia prima che facesse le valige per la Svezia. E adesso anche Saiyora ha voluto fare le sue valige. Questa volta per un viaggio che si prevede più lungo, visto che farà un master di tre anni all’Università di Trento. Nel frattempo si è anche fidanzata con un ragazzo di Roma, così potrebbe succedere che pure lei lasci definitivamente la sua piccola patria, quel kolkhoz che le foto di Fabrizio Cicconi sanno celebrare con insolita delicatezza.


Fabrizio Cicconi, Reggio Emilia 1964. Intraprende la professione di fotografo a partire dal 1987. La sua ricerca verte, fin dall’inizio del suo lavoro, sull’immagine dell’uomo, come testimonia la sua prima personale, Padani, tenutasi nel 1991 a Palazzo Ruini a Reggio Emilia. Il suo lavoro, incentrato sul tema del ritratto, gli ha consentito di iniziare collaborazioni con istituti culturali e gruppi musicali.


SCHEDA TECNICA:

Fabrizio Cicconi, “POLITOTDEL”

Testo di presentazione a cura di Giorgio Messori

Inaugurazione: sabato 24 maggio 2008 ore 18,00

Date: 25 maggio – 22 giugno 2008

Orari: da martedì a sabato ore 16.00-19.30, oppure su appuntamento

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